All’inizio degli anni settanta disponevamo come unico parametro per la valutazione del rischio cardiovascolare del colesterolo totale, affiancato successivamente, da quello dei trigliceridi, come unico parametro per la valutazione del rischio cardiovascolare.
Ben presto ci si rese conto che il dosaggio del colesterolo totale aveva un’utilità limitata perché , da solo, poteva risultare fuorviante.
Questo perché, al riscontro di patologie cardiovascolari, senza altre cause apparenti, il valore del colesterolo poteva risultare, inspiegabilmente, normale e, viceversa, in assenza di patologie cardiovascolari, senza altre cause apparenti, si potevano riscontrare valori di colesterolo totale alterati.
Si cominciò ad osservare che la formazione delle placche ateromasiche, causa di patologie cardivascolari, non poteva essere imputabile alla deposizione, sulle arterie, di singole molecole liposolubili quali colesterolo, trigliceridi, ecc, perché non in grado, esse, di muoversi liberamente in ambiente acquoso, quale il sangue,bensì dalla deposizione di particelle, caratterizzate dalla presenza di un cuore di natura lipidica ( ricco in colesterolo, trigliceridi, fosfolipidi, vitamine liposolubili ecc) avvolto da un guscio proteico che, essendo idrosolubile, conferiva loro la capacità di muoversi in ambiente acquoso e di poter agevolmente trasferire i prodotti, da esse trasportati, ad organi e tessuti periferici.
A queste particelle fu dato il nome di lipoproteine,
classificate in base alle dimensioni, al contenuto ed alla funzione da esse svolta (chilomicroni, lipoprotein HDL, LDL, VLDL, IDL ecc).
Partendo da questi pressuposti e tenendo conto che il colesterolo, per poter essere utilizzato, viene veicolato dal fegato agli organi periferici dalle lipoproteine LDL (derivanti da VLDL ed IDL) e che dopo aver assolto la loro funzione, possono:
– ritornare al fegato, come tali, oppure
- Rimanere in circolo per un tempo più o meno lungo durante il quale, liberandosi gradualmente di parte dei trigliceridi, diventano sempre più piccole e capaci di penetrare sotto lo strato (endotelio)che riveste i vasi sanguigni per dare origine, dopo ossidazione, a cellule schiumose, ad opera dei macrofagi ed infine alle placche ateromasiche, per accumulo sulle cellule schiumose di elementi quali globuli rossi, globuli bianchi, piastrine,calcio, fosfatasi, ecc circolanti nel sangue, risultò chiaro che, per valutare il rischio di patologie cardiovascolari, derivanti dalla formazione di placche ateromasiche, era necessario conoscere il numero delle particelle, in questo caso le lipoproteine LDL, responsabili del verificarsi di tale evento.
Per conoscere il numero delle lipoproteine LDL si cominciò e si continua a dosare il colesterolo da esse trasportato, chiamato colesterolo LDL, o impropriamente “colesterolo cattivo”, convinti che il numero delle particelle trasportate ( colesterolo LDL) coincidesse con il numero dei trasportatori ( le lipoproteine LDL).
Con il tempo ci si è resi conto che il valore riscontrato dosando il colesterolo LDL non sempre coincide con il numero delle lipoproteine LDL presenti in circolo, inficiando così il risultato delle analisi e rendendolo, perciò, non soddisfacente ai fini diagnostici.
Queste limitazioni sono state superate quando si è constatato che ogni lipoproteina è caratterizzata dalla presenza sul proprio guscio di una o più proteine che le contraddistinguono.
Le APO B sono presenti su tutte le lipoproteine chiamate a svolgere la funzione di trasporto del colesterolo dal fegato agli organi periferici, non solo sulle LDL ma anche su VLDL ed IDL.
In questa maniera il dosaggio della proteina APO B diventa una misura del potenziale aterogenico rappresentato non solo dalle lipoproteina LDL (low – density-lipoprotein – lipoproteine a bassa densità), ma anche dalle VLDL e IDL oltre che dalla LIPOPROTEINA A.
Per le lipoproteine HDL (High density lipoprotein – lipoproteina ad alta densità, che hanno la funzione di riportare il colesterolo dalla periferia al fegato, la misura del colesterolo HDL rappresenta la quantità di colesterolo che esse sono in grado di trasportare.
Oggi, a differenza di quello che si è sempre creduto: più alto il colesterolo HDL o colesterolo buono, più protezione a livello cardiovascolare, la ricerca dimostra che la quantità di colesterolo HDL nel sangue non coincide necessariamente con la sua reale efficienza protettiva.
Infatti, le lipoproteine HDL esplicano la loro funzione di protezione dell’apparato cardiovascolare attraverso diverse vie:
trasporto inverso del colesterolo: meccanismo principale attraverso il quale le HDL prelevano il colesterolo dai tessuti periferici e dalle arterie (colesterolo che rimane dopo la digestione dalle lipoproteine da parte dei macrofagi)
- Azione antiinfiammatoria ed anti ossidante contrastano l’ossidazione delle particelle LDL, impedendo la formazione delle placche ateromasiche.
- Protezione dell’endotelio: stimolano la produzione di ossido nitrico, favorendo la vaso dilatazione e la salute dei vasi sanguigni e questa funzione è esplicata grazie alla presenza sulla loro superficie della proteina APO A1, il dosaggio di quest’ultima fornisce meglio informazioni sulla quantità e sulla funzione delle particelle HDL più che il semplice dosasggio del carico del colesterolo HDL.
Nonostante questa ultima precisazione, non sempre il dosaggio della proteina APO A1 da la reale misura efficace delle particelle nella prevenzione del rischio cardiovascolare in quanto l’infiammazione acuta, la malattia renale cronica possono modificare la funzionalità della componente proteica dell’HDL, quindi il numero di HDL-C e APO A1 può sovrastimare il beneficio della proteina.